di Giovanni Hermanin
Storace che fa la vittima di un fantomatico complotto è simpatico ma fa proprio ridere.
Viviamo tempi di memoria corta o nulla ed è bene quindi ricordare – io ero allora assessore all’ ITC ed alle banche dati del Comune di Roma e ordinai i controlli che accertarono l’intrusione – che, nella campagna elettorale per le regionali del 2005, dagli uffici della Presidenza della Regione Lazio, da parte di alcuni stretti collaboratori di Storace, partirono gli accessi abusivi alla banca dati dell’anagrafe del Comune di Roma per controllare a tappeto i dati anagrafici dei candidati della lista presentata dalla Mussolini.
Non entro nel merito del fatto che alcuni di questi candidati erano palesemente fasulli e qualcuno in lista doveva pur averceli messi.E’ un tema interessante su cui spero che la magistratura abbia indagato (il reato previsto sarebbe molto grave).
Ciò che è certo è che quegli accessi dalla presidenza della Regione ci furono (ci sono già state delle condanne dei soliti poveri cristi) e ricordo molto bene che, dopo che io resi pubblico quanto stava succedendo, negli uffici regionali si sparse il panico al punto che si arrivò a svellere gli hard disk dai computer. Questa è la verità dei fatti.
Che poi Storace sostenga che di tutte queste cose, che avvenivano nei locali della presidenza, non sapesse nulla, è un’altra cosa che mette di buon umore.
Fa pensare invece che si parla di fatti di quasi cinque anni fa, rispetto a cui solo oggi è cominciato il dibattimento.
Ma c’è proprio bisogno del processo breve?

