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Il partito democratico non è mai nato: che ci faccio qui?

lettera di dimissioni dal PD di Giovanni Hermanin  (novembre 2010)

Andarsene dal Partito democratico non è facile per chi abbia
condiviso le speranze suscitate dalla sua nascita. E’ facile invece per
chi abbia fatto diretta esperienza di cosa il PD sia fin qui
effettivamente stato: la delusione è infatti più cocente proprio perché
le speranze sono state grandi e perché grande rimane l’urgenza di un
cambiamento profondo della scena politica italiana.

Il progetto del Lingotto, quello di un partito riformista, capace di
parlare a tutti gli Italiani e di innovare l’agenda e i modi stessi del
“fare politica”, appare naufragato sulle secche della retorica del
nuovo e della pratica del vecchio; e va rubricato come l’ennesimo caso
di incolmabile distanza tra il dire ed il fare, che nell’ultimo
quindicennio ha marchiato a fuoco la politica nel suo insieme
mettendone radicalmente in discussione legittimazione e
rappresentatività.

La ragione del precoce naufragio di un progetto così ambizioso è in
fondo semplice ed a tutti nota: il Partito democratico,  in realtà, non
è mai nato. Nel suo primo anno di vita è stato tenuto insieme dal
“progetto” e dalla “parola” (virtù ma anche limite grave di Veltroni),
poi con la sconfitta elettorale, le dimissioni di Veltroni, l’uscita di
Rutelli (che il PD, insieme a Fassino, l’aveva costruito) e le primarie
che hanno portato alla segreteria Bersani, è emersa la realtà di un
partito organizzato  per e da oligarchie locali “storiche”, ex DS ed ex
PPI, spesso tanto indifferenti alla politica quanto interessate al
potere (il famoso partito in franchising di cui parlava Walter Tocci).
Del resto nessuno, nei tre anni di vita del PD, si è posto seriamente
il problema che una forza politica nuova avesse bisogno almeno della
verifica e della selezione dei quadri medio alti.

Un partito del genere non solo non poteva conservare il consenso
elettorale (invero notevole nonostante la sconfitta) del 2008, ma ha
messo letteralmente in fuga quei milioni di cittadini che avevano
partecipato alle primarie  e ha finito con l’allontanarsi ancor più  da
un paese già piegato dalla crisi e abbandonato a se stesso (altro che
“affascinare quei milioni di Italiani che trovano la politica chiusa”
come diceva Veltroni).  Un partito così fatto non è stato in grado,
soprattutto, di tenere la barra dritta verso le “ragioni” della sua
nascita e di definire e condividere una linea strategica chiara e
credibile (le incertezze della leadership nazionale, su questo piano,
hanno fatto il resto)

Così il congresso del 2009, che avrebbe potuto essere il vero momento
costitutivo del PD (tanto sul piano della sua legittimazione
democratica che su quello della sua identità) ha finito con l’essere
una semplice conta dalle correnti organizzate, con il risultato di
perdere per strada qualsiasi autentico confronto politico e di
riproporre sic et simpliciter le vecchie oligarchie (anche da parte di
chi – è il caso comico della mozione Marino – si faceva portavoce di
una forte innovazione e di un ricambio generazionale).

Del resto a Roma, dove il centrosinistra governava da 15 anni ed
aveva conosciuto – soprattutto con le Giunte Rutelli – autentici
modelli di innovazione politica, il Partito democratico non è riuscito
in due anni e mezzo a organizzare neanche una occasione di confronto
per comprendere le cause della sconfitta del 2008, che ha letteralmente
regalato la città ad una destra impresentabile (vedi gli scandali
clientelari di questi giorni). Forse perché si sarebbero dovute dire
alcune verità sui gravi limiti degli ultimi anni di governo della
città, forse perché si era troppo impegnati ad occuparsi degli
equilibri interni per occuparsi di politica. Non  so.
Fatto sta che per la Regione le cose sono andate nello stesso
identico modo:  una volta mandati in Consiglio regionale i consueti
capibastone (in buona parte impresentabili), invece di valutare le
ragioni della sconfitta e dello sfascio della Giunta Marrazzo e
attrezzarsi con forze e competenze per un rilancio dell’iniziativa
politica, si è preferito coltivare il proprio ombelico con un micidiale
confronto interno che ha finito col produrre il commissariamento del
Lazio da parte del Nazionale.

Già due anni fa, dimettendosi dal Coordinamento nazionale del PD con
considerazioni che sottoscrivo in toto, Irene Tinagli metteva in
evidenza, citando Sartre, che non si è ciò che si dice di essere, ma
ciò che si fa, e che il PD troppo spesso dice cose che non fa e fa cose
che non dice.
Allo stesso modo, per me, dopo tre anni di vani tentativi per fare,
nel partito democratico, qualcosa di utile per la mia città  e per il
mio paese, non poteva non giungere il momento di rispondere alla
celebre domanda di Bruce Chatwin: che ci faccio qui?
Francamente, non sono stato in grado di trovare risposte
convincenti.

(novembre 2010)

Giovanni Hermanin