// Chi sono

Giovanni HermaninGiovanni Hermanin è nato a Roma nell’aprile del 1951, è sposato ed ha quattro figli. Dopo gli studi superiori  al Giulio Cesare e la laurea in lettere e filosofia alla Sapienza, si è specializzato alla Scuola superiore di Pubblica Amministrazione. Nel 1983, a seguito di concorso pubblico, è entrato nell’amministrazione della Camera dei deputati.

Fondatore di Legambiente Lazio è stato Presidente regionale dell’associazione  dalla fine degli anni ’80 fino al ’95. In questa veste ha condotto decine di battaglie e di iniziative in difesa del territorio e dell’ambiente. Tra le più  importanti a Roma, si ricordano quelle contro gli scandali urbanistici del Ministero della Sanità alla Magliana e per la difesa del comprensorio di Tor Marancia, a ridosso dell’Appia Antica. In provincia di Roma e nel resto del Lazio ha dato un contributo, spesso decisivo  per sventare  distruttive cementificazioni:  a Villa Adriana (Tivoli), a Vicarello (Lago di Bracciano), a Nemi, sui Castelli Romani, sugli altopiani di Arcinazzo (Frosinone) e nelle aree di esondazione del Tevere a nord di Roma.

Tra i fondatori dei Verdi, nel 1995 è eletto Consigliere regionale del Lazio e diventa Assessore all’Ambiente. Tra i risultati conseguiti nel periodo della Giunta di centrosinistra guidata da Badaloni si ricordano, nel settore dei rifiuti,  la chiusura di 93 discariche comunali abusive, l’avvìo della raccolta differenziata a Roma e   l’autorizzazione e la realizzazione di tutti gli impianti di trattamento e termocombustione esistenti (a parte il gassificatore di Malagrotta)  che hanno fin qui fatto sì che Roma ed il Lazio non facessero la fine della Campania. Con la legge 29 del 1997, dopo uno scontro di tre giorni e tre notti in Consiglio regionale, ha fatto approvare il raddoppio della superficie dei parchi e delle riserve del Lazio, creando tra l’altro il sistema dei parchi di Roma ( che aggiunge all’Appia Antica il Parco di Veio,  la Marcigliana, Decima Malafede, l’Insugherata, Monte Mario, l’Acquafredda etc.) . Nel ’99 riesce a far approvare dal Consiglio regionale l’istituzione del Parco di Bracciano e Martignano ed il Lazio diventa la seconda regione italiana per territorio protetto. Negli stessi anni vengono realizzati tre depuratori a servizio dell’Aniene  (tra Tivoli e Guidonia) decisivi per il risanamento del Tevere.

Emblematica dell’attività di quegli anni la vicenda di Villa d’Este, restituita, dopo decenni di decadenza, a Tivoli ed ai visitatori di tutto il mondo, mediante la realizzazione di un sistema di depurazione tecnologicamente all’avanguardia (le acque erano dieci volte più inquinate dei parametri previsti dalla legge Merli per le acque di fogna)  e l’avvio dei restauri.

Rieletto nelle elezioni del 2000 in Consiglio regionale, abbandona i Verdi (avviati all’estremismo solipsistico che li condurrà in breve all’autodistruzione), per aderire alla Margherita, di cui diviene capogruppo in Consiglio Regionale. In tale funzione, è tra i pochissimi ad opporsi, in modo ostinato e puntuale al malgoverno, al clientelismo, ed allo sfascio isituzionale della Giunta di destra guidata da Storace (per tre assessori di primissimo piano sarà richiesto l’arresto per corruzione): interrogazioni e denunce di un intero quinquennio sono state raccolte nel Libro bianco, messo a punto da Ettore Gobbato, Francesco Storace, molte buone ragioni per non votarlo”, che ha costituito la base di documentazione politica per la campagna elettorale dell’intero centrosinistra nelle vittoriose elezioni del 2005 .

Abbandonata la Regione negli ultimi mesi della legislatura, per dissensi con i vertici della Margherita che, senza motivare avevano deciso di sostituirlo alle regionali,  è assessore al Comune di Roma nell’ultimo anno della prima Giunta Veltroni con delega tra l’altro all’anagrafe ed all’ informatica. In questa veste porta il colpo  forse decisivo alle velleità della destra di riconquistare la Regione: scopre infatti l’intrusione nella banca dati del Comune di Roma da parte di Laziomatica e degli uomini di Storace  facendo scoppiare quello che le cronache giornalistiche definiranno il Laziogate. Dal 2006 al 2008 è Presidente dell’Ama: in questa veste avvia la raccolta differenziata  porta a porta e al tempo stesso, non senza attriti con il sindaco Veltroni, il presidente Marrazzo ed il ministro Pecoraro, riesce ad ottenere che nel piano regionale venga previsto il secondo impianto di termovalorizzazione di rifiuti di Roma).

Aderisce al Partito Democratico ed al progetto politico illustrato da Walter Veltroni al Lingotto: nel 2007 viene eletto membro della prima Assemblea Nazionale. Nelle primarie del 2009, schieratosi da subito a sostegno della candidatura di Ignazio Marino, viene rieletto all’Assemblea che, il 7  novembre proclama  Pierluigi Bersani nuovo segretario del PD. E’ membro della direzione regionale del PD del Lazio.

Nel novembre 2010, dopo aver verificato per tre anni, che all’interno del PD era sostanzialmente impossibile fare alcunché di utile per Roma e per il Lazio, si dimette dagli organismi dirigenti ed esce dal partito (vedi lettera di dimissioni). Decisivo per questa scelta è stato verificare direttamente che il Partito democratico, lungi dall’essere il partito nuovo delineato dal Lingotto, a Roma e nel Lazio è il risultato di un accordo  di ferro tra ceti politici ds e ppi volto a garantirsi i reciproci “spazi” e indifferente alla necessità (davanti all’esplodere del fenomeno del grillismo!) di farsi veicolo e attore di domande sociali diffuse.